Tintura e lucidatura

 

La moda di tingere il legno nasce nel seicento. L' intento è duplice : la coloritura mette in risalto la grana enfatizzando il gioco delle venature e soprattutto serve a conferire anche ai legnami poveri un look prestigioso da essenza rara. Vediamo cosi il pino e il pero imitare l'ebano , il faggio conquistare le calde tonalità del noce o le preziose sfumature bruno-rossicce del mogano ,il fico e l'acero apparire come il sicomoro dei sarcofagi egiziani. Tanto i mobili in legno massello che gli impiallacciati erano di solito sottoposti a lucidatura . Prima però occorreva levigarli pareggiarne le superfici piallandole con apposito raschietto e otturare i pori del legno con gesso in polvere mescolato a olio di lino . Dopo questa fase ,a volte il mobile veniva tinto , e infine era pronto per la lucidatura che avrebbe protetto il legno , dato splendore alle superfici , valorizzato il disegno naturale delle venature . In certi casi le due operazioni , di tintura e lucidatura , s'integravano ; un agente colorante costituito da nerofumo più terra d'ombra bruciata o alcamina, per esempio, poteva entrare a far parte del composto per la lucidatura. Quando il tempo e l'usura stendevano una patina opaca sul mobile, la lucidatura poteva, ieri come oggi, restituirgli nuova freschezza e pienezza di colore. Nel '500 la sostanza più usata per lucidare era la cera d'api, allo stato solido oppure sciolta nella trementina. Dopo averla spalmata, in strato sottile, si lasciava riposare il legno in attesa di frizionarlo con un panno ruvido o una spazzola e poi con panni fini che gli conferivano lucentezza. Al posto della cera d'api, si usava anche resina sciolta in olio o spirito. Gli altri ingredienti impiegati nella lucidatura variavano in relazione alla disponibilità degli stessi, andando dal copale di resina e trementina, all'olio di lino o di oliva o di noce o di ginepro o di pioppo. Il tripolo, farina fossile, serviva nella fase di brunitura, mentre per riempire la grana e per rimuovere la cera in eccesso si adoperava polvere di mattone. Nel '700 si sviluppa in Francia un nuovo processo di lucidatura che esclude la cera. La nuova tecnica, chiamata appunto “lucidatura francese”, utilizza, come vernice, fogli di gommalacca sciolti nello spirito. Si procedeva passando sulla superficie del mobile un tampone di ovatta imbevuto di gommalacca e spirito, avvolto a forma di uovo in una tela di lino o di cotone. L'artigiano lucidatore lavorava con accorti movimenti, ora dritti, ora spiraliformi, ora a otto, curando di spalmare la vernice in modo uniforme e di non ripassare sulle stesse parti, prima che fossero asciutte. L'ovatta, protetta dal lino, costituiva un serbatoio il cui flusso erogatore veniva regolato dalla maggiore o minore pressione delle dita del lucidatore, mentre il lino aveva la funzione di filtro. Verso la fine, si lubrificava il tampone con poco olio di lino per aumentarne la scorrevolezza e togliere le eventuali imperfezioni. Questa era la fase principale, chiamata “processo di solidificazione”. Prima c'era stata la preparazione, o “processo di inumidimento”, consistente nel dare, con un panno, una prima mano del lucido che veniva assorbita dal legno con grande rapidità. Al processo di solidificazione seguiva il “processo di rinvigorimento”, che comprendeva il frizionamento del mobile, sempre a mezzo del tampone, imbevuto di vernice molto più diluita (50% di gommalacca e 50% di spirito). Da ultimo si passava all'operazione finale di brunitura. La “lucidatura francese” soppiantò nell'800 le altre tecniche in uso fino ad allora, al punto che si usò togliere ai mobili la precedente vernice per sostituirla con la più resistente lucidatura a lacca.
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